lunedì 8 gennaio 2018

Tempo di Viole

Lungi dall'essere unicamente di colore viola, i fiori di queste piante sfoggiano un variopinto ventaglio di tonalità che vanno dal bianco al porpora, dal lilla al blu virando poi verso il giallo e l’arancio.

Coltivate come fioriture stagionali, è questo il periodo in cui si trovano in commercio le Viole del Pensiero, dalle corolle grandi e colorate, conosciute anche come Pansé, dal francese Pensée, e le Cornutelle, con fiori più piccoli ma numerosissimi; sono entrambe rappresentate da diversi ibridi ottenuti dall'incrocio di specie botaniche, come la Viola lutea, la Viola tricolor, la Viola odorata e  la Viola cornuta.

Le Pansé canterine in Alice nel Paese delle Meraviglie
Normalmente vengono acquistate già adulte, in vasi di diametro 9-10 cm, e messe a dimora dall'autunno alla primavera per godere della loro fioritura fino ai primi caldi.
Se ci si volesse cimentare nella semina, il periodo più indicato (anche se teoricamente i semi si possono interrare tutto l’anno) è metà estate, così che i nuovi esemplari siano abbastanza robusti all'arrivo dell’inverno. La germinazione richiede all'incirca due settimane ed è favorita dal buio. Appena spuntate, le plantule andranno messe in ambiente luminoso e lasciate crescere fino alla comparsa di almeno due coppie di foglie, a questo punto potranno essere spostate dal semenzaio in vasi più grandi o direttamente a dimora.



Non solo Pansé
Il genere Viola appartiene alla famiglia delle Violaceae e conta circa 500 specie, diffuse in tutto l’emisfero settentrionale temperato e nelle zone montuose della fascia tropicale e subtropicale.
Crescono preferibilmente in posizioni ombreggiate, in boschi, prati, ghiaioni o acquitrini.

Viola odorata L.
La rappresentante probabilmente più famosa tra le specie botaniche è la Viola mammola (Viola odorata), resa celebre dalla duchessa Maria Luigia, moglie di Napoleone I, che ne amava a tal punto la fragranza da sovvenzionare personalmente la ricerca dei frati del Convento dell'Annunciata per ottenere dalla pianta l'essenza profumata, prodotta poi dopo il 1870 da Ludovico Borsari  come "Violetta di Parma".
Nativa dell'Europa meridionale, ma attualmente presente in quasi tutta Europa, è diffusa su tutto il territorio italiano in prati, incolti e margini boschivi da 0 a 1200 m.

È una pianta perenne, di piccole dimensioni (5-15 cm), rizomatosa e dotata di stoloni sotterranei e di stoloni aerei che le consentono di tappezzare in breve tempo vaste aree.
È priva di fusto e le foglie, verde lucido, sono tutte basali, disposte in rosetta e dalla forma ovata o reniforme. Fiorisce tra febbraio e aprile; ai fiori profumati, di color viola intenso, raramente rosa o bianco, seguono capsule tondeggianti contenenti numerosi semi, di colore scuro a maturità.

In Italia sono presenti almeno altre 17 specie di Viola, alcune estremamente rare, come la Viola pumila, altre molto comuni e usate anche nei giardini, come la Viola alba e la Viola riviniana.
In commercio è relativamente semplice reperire altre specie provenienti dal resto del mondo, in particolare la Viola sororia, equivalente nordamericana della nostra Viola odorata, e la Viola hederacea, nativa dell’Australia.
Viola riviniana Rchb. - Viola sororia Willd. - Viola hederacea Labill.

Le Viole in giardino
Una macchia di viole, ibridi o specie, rappresenta un valido accento attorno agli alberi o per segnare un punto di sosta, ad esempio una fontana o una seduta; sono anche un’ottima soluzione per tappezzare velocemente una zona ad alberi e/o arbusti. 
In giardini formali, possono essere raggruppate in aiuole geometriche o disposte a margine dei percorsi. 
Si prestano bene a crescere in contenitore, pertanto possono essere coltivate anche su balconi e terrazzi. 
Non dimentichiamo che i fiori sono commestibili (l’uso in pasticceria della Viola odorata ha una lunga tradizione, ma anche i petali delle Viole del pensiero si usano in cucina mescolati alle insalate): coltivati in associazione ad altre verdure arricchiranno l’orto di colore.



martedì 22 agosto 2017

Querce come barriera antiterrorismo: la bagarre attorno alla proposta dell'architetto Boeri

Due giorni fa l’architetto Stefano Boeri ha avanzato dalla sua pagina Facebook la proposta di sostituire i blocchi in cemento usati per evitare gli attacchi terroristici tramite veicolo nelle città, con delle grosse fioriere contenenti querce. Poiché Boeri è piuttosto noto, soprattutto per il Bosco Verticale di Milano, la notizia è stata riportata dalla stampa e ricondivisa da molte persone sui social. 
Quando l’ho letta lì per lì, ho pensato “Certo, è arrivato!”, nel senso che l’ho percepita come una trovata pubblicitaria in pratica poco fattibile, ma non gli ho dato troppo peso, poi ho notato che moltissimi miei contatti la stavano condividendo, alcuni con entusiasmo, altri criticandola. Complice l’estate e il tempo a disposizione, ho deciso di approfondire e seguire i commenti al post originale: da una parte vorrei non averlo fatto, la modalità “violenta” e disfattista con cui si sono confrontate le due fazioni m’ha lasciato molto amareggiata, ma dall'altra è stata un’occasione per riflettere.  

Le principali ragioni dei sostenitori sono le seguenti:
- un albero è certamente più bello di un blocco di cemento;
- un albero è un simbolo di vita da contrapporre alla volontà di morte dei terroristi;
- gli alberi in città portano vantaggi ambientali.

Dal canto mio, ribatto sostenendo che un albero è anche e soprattutto un organismo vivente con una sua dignità; simbolismo ed estetica devono venir dopo questa prima considerazione, e per garantire il rispetto della dignità di una pianta, oltre a riconoscerne il valore intrinseco prima di quello utilitaristico, le si deve assicurare tutto il necessario affinché possa crescere in salute. Nel momento in cui una pianta non è sana, anche i vantaggi ambientali vengono meno.

Ma perché una quercia (tra l'altro, quale specie?) non sarebbe sana in un vaso? Allora i bonsai non sono sani?

E qui bisogna intendersi sul concetto di sano. C’è chi ritiene che una pianta in vaso soffra, punto e basta, e i bonsai non siano altro che intollerabili affermazioni dell’arroganza antropocentrica, poveri esseri maltrattati, sottoposti a pratiche paragonabili a quella della fasciatura dei piedi nelle donne. Le loro ragioni sono di natura etica e morale ed è quasi impossibile scendere a compromessi. E’ una posizione rispettabile ma difficile da conciliare con altre.
Di contro c’è chi considera sana una pianta che riesca ad assolvere tutte le sue funzioni vitali, sia cioè in grado di produrre nuova vegetazione e arrivare a fiorire e fruttificare. I bonsai lo fanno, anche se la loro crescita è ridotta e contenuta.

Allora perché le querce proposte da Boeri non potrebbero essere considerate dei grossi bonsai?

Potrebbero, ma avrebbero bisogno di cure assidue difficilmente immaginabili nel nostro Paese. Badate bene, dicendo questo non voglio essere disfattista, vorrei solo sottolineare che se si decide di attuare la proposta è necessaria la garanzia che le piante verranno curate adeguatamente (irrigate, nutrite, potate, al bisogno rinvasate), sostenendo tutte le difficoltà e i costi necessari. 
Una seria proposta da parte di Boeri, secondo me, avrebbe dovuto contemplare le attuali difficoltà di gestione della vegetazione urbana e chiarire le premesse necessarie all'attuazione. Lui però sembra farla più facile, dicendo che “basterebbe poco” e questo non è vero.
Su questo punto si sono scatenate le critiche più accese, ma i toni, a mio avviso, sono stati inutilmente aspri, supponenti e canzonatori. Certo, davanti a chi ti dice semplicisticamente che “basta poco”, negando quella che per i vari professionisti del settore è un’evidenza, capisco sia difficile mantenere la pazienza. Avrei però trovato più produttivo spiegare con chiarezza le difficoltà agronomiche della proposta, e soprattutto con pacatezza. Invece chi anche ha spiegato, l’ha fatto con toni saccenti e arroganti, che hanno comprensibilmente suscitato l’irritazione di quanti sostenevano la proposta. Il messaggio così non è arrivato. C’è stato chi addirittura ha arrogato il diritto solo alla sua professione di poter intervenire nelle decisioni aventi a che fare con la vegetazione, dimenticando che le piante rientrano in contesti ambientali, paesaggistici, culturali e sociali che richiedono una massiccia pluridisciplinarità.

Non varrebbe neanche la pena parlarne ma voglio abbondare in chiarezza: quanti alla frase “le querce soffrirebbero”, rispondono “è più importante la sofferenza delle piante o salvare vite umane?”, ricordo che alla protezione degli uomini assolvono già pienamente i blocchi in cemento, l’aggiunta delle querce si pone su un piano estetico, non aumenterebbe la sicurezza delle persone.
Accenno anche superficialmente a tutti i commenti “benaltristi”, per i quali sono ben altri i mezzi per contrastare il terrorismo: di nuovo, non siamo su un piano funzionale ma estetico.

E veniamo adesso proprio al piano estetico, ma qui onestamente lascio parlare l’architetto e paesaggista Monica Sgandurra, che tempo fa scrisse un ottimo articolo sulla “fioriera urbana”. Voglio solo anticiparvi una riflessione di Camus, in esso contenuta, circa la bellezza:
"la bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei”. […] Mantenendo la bellezza, prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà metterà al centro delle sue riflessioni, lungi dai principi formali o dai valori sviliti della storia, quella virtù viva che fonda la comune dignità del mondo e dell’uomo e che ora dobbiamo definire di fronte ad un mondo che la insulta”.

Per concludere, credo che l’unione tra utilità ed estetica sia certamente auspicabile e penso anche che la vegetazione abbia un enorme potenziale estetico al quale si può attingere senza eccessive paranoie, a patto, come dicevo all'inizio, di rispettare la dignità delle piante. Forse la quercia nella fioriera non è poi questa soluzione geniale, alla fine dei conti non è particolarmente bella e non è neanche facile da gestire, però si può continuare a ragionare, si possono proporre soluzioni alternative, magari alla fine si conclude che per le barriere antiterrorismo non c’è nessun modo di integrare funzione e bellezza utilizzando come tramite le piante, ma il tentativo ci avrà sicuramente arricchito.